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Disturbi alimentari, autolesionismo, abuso di alcol e sostanze: gli attacchi al corpo Posted by on 18 Giu, 2014

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Cosa sono i disturbi d’ansia e dell’umore Posted by on 19 Giu, 2013

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Sessualità e disfunzioni sessuali nell’individuo e nella coppia

Set 23, 15 Sessualità e disfunzioni sessuali nell’individuo e nella coppia

Posted by in Blog, Coppie

    L’Organizzazione Mondiale della Sanità – OMS considera la sessualità “un aspetto centrale dell’essere umano che comprende il sesso, l’identità e i ruoli di genere, l’orientamento sessuale, l’erotismo, il piacere, l’intimità e la riproduzione”. Sempre l’OMS definisce la salute sessuale quale stato di “benessere fisico, emotivo, mentale e sociale legato alla sessualità, non riducibile all’assenza di malattia, disfunzione o infermità; rilevante per tutta la durata della vita di un individuo, non solo a quelle negli anni riproduttivi, ma anche per i giovani e gli anziani.” (World Health Organization; 2006) Il funzionamento sessuale è dato da una complessa interazione tra fattori biologici, legati al sistema endocrino, nervoso e all’apparato genitale, socioculturali e psicologici che attengono alla storia personale di ciascuno: al proprio sviluppo psicofisico, al rapporto con il corpo, alle modalità emotive e affettive di vivere le relazioni intime. Nei rapporti di coppia, la sessualità riveste un ruolo importante non solo – ovviamente – a livello procreativo, ma anche affettivo e relazionale. Nella sessualità, infatti, la coppia scopre un proprio modo di “comunicare” l’intimità dei bisogni e, attraverso il piacere che deriva dal rapporto sessuale, trova l’appagamento reciproco ai propri desideri. Tutto ciò rinforza il legame affettivo tra i partner. Come altre funzioni dell’organismo, la sessualità può andare incontro a problematiche o a veri e propri disturbi – ad esempio vaginismo, anorgasmia, eiaculazione precoce, impotenza e altri ancora – che ne condizionano il funzionamento e che ricadono sulla salute e sul benessere psichico della persona e della coppia. La pubblicazione del DSM 5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 2014), da parte dell’American Psychiatric Association, ha ridefinito le Disfunzioni Sessuali per meglio comprenderle dal punto di vista clinico e affrontarle sul piano terapeutico, al fine di restituire ad ogni persona che ne soffre e ad ogni coppia la propria salute sessuale. In linea generale, tali disfunzioni sono caratterizzate da difficoltà che ostacolano o impediscono il rapporto sessuale. Nello specifico, la persona che ne soffre vive il rapporto sessuale in modo problematico sperimentando emozioni...

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Le abbuffate: caratteristiche, fattori scatenanti e conseguenze

Giu 08, 15 Le abbuffate: caratteristiche, fattori scatenanti e conseguenze

Posted by in Blog, Disturbi Alimentari

Comincia col pensiero del cibo che mi nego quando sono a dieta. In poco tempo diventa un impellente desiderio di mangiare. All’inizio mangiare è un sollievo e un conforto…. Ma poi non riesco a fermarmi, e mi abbuffo. Continuo in modo frenetico, fino a essere completamente piena. Alla fine mi ritrovo con un gran senso di colpa e arrabbiata con me stessa. Un largo gruppo di persone affette da disturbi del comportamento alimentare, sperimentano periodicamente l’assunzione incontrollata di una grande quantità di cibo, gli anglosassoni chiamano questo comportamento binge-eating, che in italiano possiamo tradurre in “abbuffate”. Come si definiscono le abbuffate  mangiare in un periodo definito di tempo una quantità di cibo significativamente maggiore di quello che la maggior parte della gente mangerebbe nello stesso tempo (abbuffata oggettiva) la quantità di cibo assunta non è elevata ma percepita soggettivamente come elevata (abbuffata soggettiva)  sensazione di perdere il controllo durante l’episodio non si ha la sensazione di perdita di controllo, in questo caso si parla di iperfagia (anche l’iperfagia può essere oggettiva, se la quantità di cibo assunto è’ elevata, o soggettiva se è scarsa) (tabella 1.) Cos’è un’abbuffata: caratteristiche Durante le abbuffate, generalmente, sono assunti cibi definiti ” cattivi “, cioè quelli evitati nelle fasi di restrizione perché considerati troppo calorici. Un’ altra caratteristica abbastanza comune delle abbuffate è l’elevata velocità dell’assunzione di cibo (velocità doppia rispetto alle persone che non hanno un disturbo dell’alimentazione), spesso il cibo non è neppure masticato ed è accompagnato da grandi quantitativi di liquidi per favorire sia l’ inghiottire sia il vomito. Spesso durante l’attacco bulimico le persone sono molto agitate, con manifestazioni di una totale perdita di controllo sul proprio comportamento, in casi estremi possono rubare il cibo nei supermercati, agli amici, o anche a raccogliere gli alimenti scartati nella spazzatura. Le pazienti descrivono le proprie sensazioni come se durante un attacco bulimico fossero in trance (sensazione di stato alterato di coscienza), talvolta, invece, utilizzano meccanismi di distrazione più coscienti, come guardare la televisione o ascoltare la...

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Le interviste del Centro Clinico di Psicologia #3: i disturbi di personalità e le psicosi

Shutter Island: realtà o allucinazione? a cura di Vanessa Collerone e Eleonora Pizzocri, studentesse del Liceo Carlo Porta, Monza. Intervista alla dottoressa Cecilia Ricci Mingani, referente dell’area Disturbi della personalità e psicotici Buongiorno dottoressa! Pronta? Cominciamo? Bene, allora ci dica da cosa derivano i disturbi di personalità e psicosi? Non si può parlare di una singola causa scatenate, ma di una serie di fattori che determinano il disturbo grave; essi sono fattori biologici, psicologici e sociali. È proprio l’interazione tra sensibilità genetica, processi intrapsichici, attraverso cui l’individuo interagisce con il mondo, e contesto sociale nel quale la persona vive, fa esperienze e cresce, che spiega e determina la gravità psicopatologica, un solo fattore non è sufficiente.   E dunque ci sono dei segni premonitori, qualche segnale che ci avverte? La letteratura scientifica concorda nel stabilire un’età specifica per l’esordio del disturbo grave, psicotico o meno, i 17/18 anni e 25 anni, all’ingresso dell’adolescenza, dove l’individuo è alle prese con la strutturazione della propria identità. Esistono però dei segnali di disagio precedenti l’esordio: durante lo sviluppo infatti l’individuo può dimostrare difficoltà nell’area cognitiva, linguistica, motoria e sociale. Non è detto che tutti questi segnali successivamente evolvano in un disturbo grave, ma sono comunque significativi della sofferenza dell’individuo.   Adesso avremmo una domanda di chiarificazione, in cosa consiste il disturbo istrionico? È un disturbo di personalità, più o meno grave, in cui l’individuo manifesta in modo accentuato la propria emotività, attraverso teatralizzazioni ed esplosioni esterne di stati interni. L’individuo è in una costante ricerca di attenzioni, anche utilizzando il proprio corpo, che diventa strumento di provocazione e seduzione per instaurare delle relazioni, che risultano comunque poco significative. Non appartiene alle psicosi, in quanto il contatto con la realtà viene mantenuto.   Bene, può portarci un esempio? Quando lavoravo in comunità psichiatrica, ricordo una ragazza che, durante un pasto, si era versata in testa dell’acqua per avere l’attenzione di tutti e poi, allo stesso scopo, buttarsi a terra volontariamente.   Invece portando il caso di un disturbo...

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Le interviste del Centro Clinico di Psicologia #2 | I disturbi dell’apprendimento

Mar 16, 15 Le interviste del Centro Clinico di Psicologia #2 | I disturbi dell’apprendimento

Posted by in Blog, Disturbi Apprendimento

La misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario a cura di Vanessa Collerone e Eleonora Pizzocri, studentesse del Liceo Carlo Porta, Monza. Intervista alla dottoressa Edy Salvan referente dell’area dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento   Buongiorno dottoressa, ci racconti, ci sono dei fattori che portano l’individuo ad avere un determinato disturbo dell’apprendimento? Inizio subito col dirvi che il disturbo dell’apprendimento è una neurodiversità, quindi un problema neuro-biologico che riguarda il funzionamento dei processi cognitivi. I fattori che possono portare un individuo ad avere un DSA non sono ancora certi al 100%. Possiamo comunque ipotizzare l’insorgenza di un successivo disturbo dell’apprendimento, quando è presente un disturbo del linguaggio o anche familiari che hanno questo tipo di problematiche; infatti si è riscontrata l’incidenza della familiarità. Alcuni sostengono invece che un fattore di rischio possa essere un intervento in anestesia totale nei primi 3 anni di vita. Comunque tutto questo non è ancora stato accertato definitivamente. Grazie per la risposta, adesso tutto è più chiaro. Ma, anche se ce ne ha già un po’ parlato, ci può chiarire se l’ambiente familiare influisce su questi disturbi? Se sì, quanto? La famiglia influisce sicuramente sulla progressione del disturbo, nel caso in cui esso non sia diagnosticato e non si sappia che le problematiche scolastiche dell’ individuo sono dovute a una neurodiversità e non a cattiva volontà da parte del bambino. Questo può comportare che il problema sfoci anche in disturbi del comportamento, d’ansia, inibizioni…. Tenendo conto anche di ciò che lei ha scritto sul sito, come ci si accorge che l’individuo ha un disturbo dell’apprendimento senza confonderlo con una normale pigrizia? A prescindere dal fatto che la certezza della presenza di un disturbo possiamo averla solo mediante test particolari, ci sono però dei campanelli di allarme, come un’eccessiva lentezza e un mancato miglioramento, anche in seguito ad interventi massicci di recupero. Nel caso in cui ci si accorga in un’età avanzata, secondo lei, come e quanto è possibile rimediare? Se si cerca di intervenire sul problema...

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Le interviste del Centro Clinico di Psicologia #1

Mar 04, 15 Le interviste del Centro Clinico di Psicologia #1

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“Che guaio ci ha portato qui?” a cura di Vanessa Collerone e Eleonora Pizzocri, studentesse del Liceo Carlo Porta, Monza. Intervista alla dottoressa Chiara Mariasole Carugati, Psicoterapeuta referente disturbi d’Ansia e dell’Umore. A parlarci dei disturbi d’ansia e dell’umore è Chiara Marasole Carugati, psicologa specializzata in Psicoterapia Psicoanalitico Fenomenologica presso Istituto Aretusa di Padova, svolge attivitá come libero professionista a Monza presso il Centro Clinico di Psicologia e a Saronno, come referente del Gruppo DP&P, presso il Polo Saronnese di Psicologia (VA), si occupa di consulenza psicologica e di psicoterapia per adulti ed adolescenti. Come si arriva a capire che un soggetto soffre di un disturbo invece che avere solo un comportamento considerato “normale”? Nel campo della psicopatologia uno degli strumenti maggiormente utilizzati per identificare la presenza di un disturbo è il DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), attualmente alla sua V edizione. Questo manuale definisce I disturbi mentali in base a quadri sintomatologici, creati su basi statistiche. La diagnosi di un determinato disturbo viene fatta in base alla presenza continuativa di un numero minimo di sintomi (es. Almeno 3 su 5 elencati) per un periodo di tempo (es. Almeno 6 mesi). Facendo un esempio: la fobia sociale presenta tratti in comune con la timidezza, ma non è ad essa sovrapponibile. Rappresenta una sorta di “timidezza patologica”, portata a livelli estremi, che può condizionare il funzionamento sociale (le relazioni, le attività scolastiche o lavorative), portare all’evitamento delle situazioni considerate pericolose (conoscere persone nuove, uscire a pranzo in un luogo pubblico, sostenere un’interrogazione o un colloquio di lavoro), condizionare il pensiero ed il comportamento di chi ne soffre. Un approccio categoriale pone una linea di confine fra normalità e patologia, ma può essere riduttivo. Più utile risulta essere un approccio di tipo dimensionale, che pone normalità e patologia lungo un continuum di intensità. Secondo questa visione determinate caratteristiche personali o comportamenti possono diventare patologici laddove diventino pervasivi nella vita della persona, creando rigidità, ripetitività ed impossibilità al cambiamento, perpetuando il ciclo di sofferenza...

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Sto Impazzendo?

Feb 02, 15 Sto Impazzendo?

Posted by in Adolescenti, Blog

Questo timore , non così eccezionale in adolescenza, corrisponde a una paura caratteristica: quella di perdere il controllo di sé. Può riflettere forti pressioni, di diversa origine: pressione dell’aumento dei desideri e della intensa paura che non si riescano a realizzare, per insicurezza o per l’immaginato rifiuto da parte degli altri; pressioni dei limiti esterni, genitoriali per esempio, insieme alla necessità di gestire l’amore nei loro confronti; pressione derivata dalle troppe incertezze sul futuro e sulla capacità di affrontarle, insieme al dubbio sulle possibilità di essere all’altezza delle aspettative; pressione legata alle contraddizioni e oscillazioni di cui il ragazzo è portatore, al suo bisogno per esempio degli altri che si oppone al suo bisogno di autonomia e di potercela fare da solo. A volte le contraddizioni sono talmente forti da dare la sensazione di non riuscire più a contenerle, di essere quindi sul punto di esplodere: quella che viene cioè chiamata “follia”. Le reazioni possono andare dall’espressione del malessere attraverso una forma di violenza esplosiva, direzionata verso il mondo esterno o verso il proprio corpo, al ripiegamento su sé stessi, con senso di impotenza, isolamento e disperazione. In genere si chiama “follia” ciò che non si comprende, tanto più intensa quanto maggiore sarà la fatica a descrivere a parole ciò che si vive, e dunque a capire . Questi momenti di forte  incertezza, di malessere non sono per forza segno di una malattia, ma non bisogna sottovalutare un timore così intenso. La migliore risposta è aiutare a capire ciò che sta succedendo e a mettere in parole ciò che al momento si subisce, per poterlo gradualmente gestire e integrare, proponendo anche un consulto esterno competente.   Dr.ssa Valentina Miot Referente Area Adolescenti e Giovani...

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Strumenti compensativi e misure dispensative per DSA

Gen 12, 15 Strumenti compensativi e misure dispensative per DSA

Posted by in Blog, Disturbi Apprendimento

  Nel dibattito sui disturbi di apprendimento si sente parlare spesso di azioni come compensare, dispensare, abilitare, riabilitare. Vediamo di fare un po’ di chiarezza su questi termini. Che differenza c’è tra abilitare, riabilitare, compensare e dispensare? ABILITARE e RIABILITARE Queste parole indicano l’azione d’intervento diretto sulla funzione deficitaria.  La riabilitazione è limitata nel tempo e  i benefici sono futuri. Si tratta d’interventi  personalizzati  che puntano a sviluppare competenze, in modo da favorire la completa autonomia dello studente.   L’abilitazione mira pertanto direttamente al potenziamento di un’abilità o di una funzione. COMPENSARE E’ l’opposto del riabilitare perché vuol dire sfruttare le funzioni integre ignorando quelle deficitarie. La compensazione è permanente e i benefici sono immediati. Essa offre un vantaggio funzionale indiretto:  l’abilità non è recuperata, ma si punta su strategie alternative per raggiungere analoghi risultati DISPENSARE appresenta il momento di una presa d’atto della situazione, pur  non modificando le competenze.  Dipende dagli altri e non dà autonomia.  Ha lo scopo di evitare che il disturbo possa comportare un generale insuccesso scolastico con ricadute personali, anche gravi. Prima di passare ad elencare alcuni strumenti compensativi, vorrei sottolineare che ognuno di essi deve essere sempre “personalizzato”.  Chi si occupa di bambini e ragazzi con DSA, sa benissimo quanto ognuno di loro sia un caso a parte.  Per questa ragione, gli strumenti non devono essere considerati come rigidi mezzi per aggirare le problematiche, ma vanno calibrati in base alle caratteristiche cognitive, emotive e psicologiche dell’alunno… Usiamo un’analogia:  quando è presente un Disturbo Specifico dell’Apprendimento, vuol dire che è presente un’intelligenza in norma, ma vuol dire anche avere bisogno di compensare una mancanza di automatismo… Allora gli strumenti compensativi sono per i DSA, come gli occhiali per chi soffre di miopia:  gli occhiali devono essere calibrati sulla base delle diottrie, così come gli interventi per compensare devono essere adattati alle caratteristiche del bambino.  Questo vuol dire ad esempio che, se tra le indicazioni c’è di non far leggere ad alta voce, ma il bambino spontaneamente vuole leggere, non si...

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La fobia sociale: quando stare con gli altri può diventare un ostacolo

Dic 12, 14 La fobia sociale: quando stare con gli altri può diventare un ostacolo

Posted by in Ansia e Depressione, Blog

La fobia sociale si manifesta come un’intensa paura di diventare ansiosi e di essere umiliati nelle situazioni sociali, nello specifico di imbarazzarsi di fronte ad altre persone. Una persona che soffre di ansia sociale tenderà a pensare che le altre persone siano decisamente migliori nel parlare in pubblico o nel gestirsi nelle situazioni sociali; al contempo si focalizzerà su ogni piccolo errore commesso nelle situazioni sociali, ingigantendone le proporzioni. Il semplice arrossire può apparire estremamente imbarazzante per una persona con fobia sociale, la quale spesso sentirà di avere tutti gli occhi puntati su di sé. Alcune persone con fobia sociale hanno specifiche paure, come parlare in pubblico o confrontarsi con il proprio capo per questioni di lavoro. Altre volte le paure possono essere generalizzate, come ad esempio qualsiasi situazione sociale si presenti, in particolare quelle che coinvolgono persone non conosciute. Al contrario di quanto spesso capita di pensare, la fobia sociale non va confusa con la timidezza. In rare circostanze, l’ansia sociale può evolvere nel timore di usare i servizi igienici pubblici, di mangiare fuori casa e con altre persone, o di parlare al telefono alla presenza di qualcun’altro. L’ansia sociale non è timidezza. Mentre le persone timide possono sentirsi a disagio in mezzo ad altri, spesso non sperimentano gli stessi livelli estremi di ansia che provano persone con ansia sociale. In aggiunta, le persone timide generalmente non mettono in atto quelle estreme strategie di evitamento di situazioni sociali utilizzate dalle persone con questo disturbo. Una persona con ansia sociale potrebbe non essere timida per nulla. Può essere completamente a proprio agio con le persone per la maggior parte del tempo ma particolari situazioni, come ad esempio fare un discorso in pubblico, può provocare un’ansia a livelli intollerabili. L’ansia sociale condiziona la vita normale, interferisce con la carriera o con le relazioni sociali. Per esempio, un impiegato può rinunciare ad una promozione sul lavoro se questo comporta doversi esporre in presentazioni pubbliche. La preoccupazione per un evento sociale può iniziare settimane prima della data...

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