Trauma e trattamento con EMDR

Gen 24, 18 Trauma e trattamento con EMDR

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(Eye Movement Desensitization and Reprocessing: Desensibilizzazione e Riprocessamento attraverso i Movimenti Oculari). Di Michela Natoli* Cos’è il trauma? La parola trauma deriva dal greco e ha il significato di ferita. Un trauma psicologico può quindi essere definito come una ferita emotiva, una ferita dell’anima. Proprio come accade per le ferite del corpo, anche quelle psicologiche possono rimarginarsi con il tempo e con le capacità riparative innate che possediamo. In alcuni casi però, a causa della gravità delle ferite oppure per la fragilità che possiamo avere in un dato momento della nostra vita, questo processo di guarigione innato può non bastare o essere bloccato e può quindi essere utile un aiuto specializzato. Che tipi di trauma esistono? Alcune esperienze hanno un impatto particolarmente forte dentro di noi, in particolare quelle in cui si sperimenta un pericolo o una seria minaccia alla propria esistenza o a quella dei propri cari. A questa tipologia appartengono i traumi derivanti ad esempio da disastri naturali, incidenti, abusi, morti improvvise, etc, che vengono definiti traumi con la “T” maiuscola. Accanto a questi esistono una serie di altre esperienze, che sono viste dall’esterno come di portata inferiore, ma che soggettivamente possono essere molto disturbanti: i traumi con la “t” minuscola. A questa tipologia appartengono i traumi derivanti da esperienze negative di relazione con le altre persone importanti della nostra vita, come ad esempio umiliazioni ripetute, maltrattamenti verbali, mancanza di cure da parte di genitori depressi… In questi casi il pericolo che viene percepito non è tanto quello dell’integrità fisica, ma diventa una minaccia alla possibilità della costruzione di un’identità emotiva più solida e forte. Cosa succede in presenza di trauma? Il trauma, che sia una forte esperienza negativa (T maiuscola), o una serie di esperienze meno eclatanti ma che disturbano fortemente la persona (t minuscola), è comunque definibile come qualcosa che rompe il consueto modo di vivere e di vedere il mondo e che ha un impatto negativo sulla persona che lo vive. Ovviamente non tutte le persone reagiscono al trauma...

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Le interviste del Centro Clinico di Psicologia #1

Mar 04, 15 Le interviste del Centro Clinico di Psicologia #1

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“Che guaio ci ha portato qui?” a cura di Vanessa Collerone e Eleonora Pizzocri, studentesse del Liceo Carlo Porta, Monza. Intervista alla dottoressa Chiara Mariasole Carugati, Psicoterapeuta referente disturbi d’Ansia e dell’Umore. A parlarci dei disturbi d’ansia e dell’umore è Chiara Marasole Carugati, psicologa specializzata in Psicoterapia Psicoanalitico Fenomenologica presso Istituto Aretusa di Padova, svolge attivitá come libero professionista a Monza presso il Centro Clinico di Psicologia e a Saronno, come referente del Gruppo DP&P, presso il Polo Saronnese di Psicologia (VA), si occupa di consulenza psicologica e di psicoterapia per adulti ed adolescenti. Come si arriva a capire che un soggetto soffre di un disturbo invece che avere solo un comportamento considerato “normale”? Nel campo della psicopatologia uno degli strumenti maggiormente utilizzati per identificare la presenza di un disturbo è il DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), attualmente alla sua V edizione. Questo manuale definisce I disturbi mentali in base a quadri sintomatologici, creati su basi statistiche. La diagnosi di un determinato disturbo viene fatta in base alla presenza continuativa di un numero minimo di sintomi (es. Almeno 3 su 5 elencati) per un periodo di tempo (es. Almeno 6 mesi). Facendo un esempio: la fobia sociale presenta tratti in comune con la timidezza, ma non è ad essa sovrapponibile. Rappresenta una sorta di “timidezza patologica”, portata a livelli estremi, che può condizionare il funzionamento sociale (le relazioni, le attività scolastiche o lavorative), portare all’evitamento delle situazioni considerate pericolose (conoscere persone nuove, uscire a pranzo in un luogo pubblico, sostenere un’interrogazione o un colloquio di lavoro), condizionare il pensiero ed il comportamento di chi ne soffre. Un approccio categoriale pone una linea di confine fra normalità e patologia, ma può essere riduttivo. Più utile risulta essere un approccio di tipo dimensionale, che pone normalità e patologia lungo un continuum di intensità. Secondo questa visione determinate caratteristiche personali o comportamenti possono diventare patologici laddove diventino pervasivi nella vita della persona, creando rigidità, ripetitività ed impossibilità al cambiamento, perpetuando il ciclo di sofferenza...

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